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Nulla è per caso

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Non sempre è facile accettare quello che ci accade nella vita. Lasciarsi sopraffare dallo sconforto è una tentazione grandissima. Era il mese di maggio dello scorso anno e non stavo passando un bel momento, improvvisamente sembrava che tutto quello che avevo costruito in quattro anni si stesse sgretolando sotto i miei piedi, mi ritrovavo senza una casa e senza mezza certezza: fortunatamente non mancava l'affetto degli amici che cercavano tutti i modi possibili di spronarmi a rialzarmi.

Credo sia stata proprio questa loro energia positiva ad aver dato una mano al mio Cronodestino perché, mentre regnava il caos cosmico, venni selezionata con un mio progetto al laboratorio di scrittura InProgress del Milano Film Network.

In quel momento sembrava che qualcuno mi stesse suggerendo: - Se ancora non ti è chiaro, è il tempo di concentrarti su te stessa: esci dai muri dietro i quali ti sei barricata per troppo tempo e tira fuori quello che hai dentro!

 

Dovevo dare la notizia a Karen, una delle mie più care amiche. Dopo aver parlato di quella bella e inaspettata novità lei, che si sarebbe sposata un mese dopo, mi confessò che doveva dirmi una cosa: Enrico (il futuro sposo) era stato scelto per un anno di servizio civile in Kenya...

Io: - Quindi torni in Kenya?

Karen: - Eh, boh, penso di sì...

Io: - Se torni voglio fare un film su di te!

Karen: - Tu sei pazza!

Ok, ora facciamo un passo indietro. In una plumbea mattina di dicembre ero passata da Karen a farle un'intervista per un video di crowdfundig di CarovaneMigranti, un gruppo di cui facciamo parte. Ci conoscevamo da poco più di due mesi, ma dal primo istante tra noi c'era stato quel qualcosa che ti fa sentire così vicina ad una persona da pensare – ehi, ma ci siamo solo ritrovate! - .

Davanti a una tazza di thé, un rito che ci piace celebrare ogni volta che stiamo insieme, Karen ha iniziato a raccontarmi la sua storia.

 

Claudio, suo padre, all'età di 22 anni si trasferì in Kenya grazie a un progetto di servizio civile con la ONG Lvia che si occupa della costruzione di pozzi. Dopo pochi mesi conobbe Annie, una keniota, si innamorarono, si sposarono e nacquero Willie e Karen. Tornati a vivere a Cuneo, Annie si ammalò gravemente e, quando Karen aveva solo 8 anni, morì. Anche Enrico e Karen avevano 22 anni quando hanno iniziato a frequentarsi. Lei viveva a Roma, lui stava facendo l'Erasmus in Belgio. Si erano conosciuti a capodanno in un ostello e da quel momento i loro incontri erano stati totalmente fortuiti: si ritrovavano casualmente negli stessi posti, anche nei più inconsueti. Proprio quell'estate Claudio tornò in Kenya per seguire un nuovo progetto di Lvia, ma dopo soli 5 giorni morì d'infarto nel deserto.

Karen ricevette tragica la notizia dal fratello mentre stava aspettando Enrico in Piazza San Carlo a Torino: si erano dati appuntamento per un caffè prima del suo rientro a Roma. Lei gli scrisse che doveva tornare a casa, ma mentre stava andando verso la stazione la magia si ripeté nuovamente e si ritrovarono fianco a fianco. Non avrebbe voluto dirgli quello che era accaduto, ma da quel preciso istante Enrico entrò definitivamente nella sua vita.

 

Quando racconti una storia così drammatica sai che non potrai prevedere la reazione della persona di fronte a te. Credo sia proprio questa la ragione che spesso ci spinge a non raccontarci, perché non abbiamo voglia di essere compatiti, perché non ci importa di sentire una frase del tipo – oddio poverina, mi spiace - . Quando ci raccontiamo lo facciamo e basta, doniamo una tessera del nostro passato a chi ci sta di fronte. In quel momento venivo travolta da un fiume di racconti e ricordi e Karen aveva scelto di regalare proprio a me una parte di sé.

Il suo modo di raccontarmi la sua storia, quegli eventi senza dubbio drammatici ma allo stesso tempo intrisi di romanticismo e casualità inspiegabili nella mia testa già si trasformavano in scene di un film, ma non le dissi nulla perché non sapevo come fare e nemmeno come avrebbe reagito. Quella storia però era ormai dentro di me e continuai a pensarci per i mesi successivi.

 

Così quella mattina di maggio non avevo solo la certezza che per due mesi avrei lavorato alla scrittura di un mio progetto, improvvisamente si presentava anche l'occasione per fare un film su quella che stava diventando la mia storia d'amore preferita, quella di Karen ed Enrico, ovviamente tutto questo mentre provavo a raccogliere i cocci della mia di vita sentimentale.

 

Dopo il matrimonio Karen partì per un progetto di cooperazione in Sri Lanka, tornò a settembre e mi invitò a pranzo. Ero felicissima di vederla, ma anche agitata, sapevo che volevo proporle il documentario, ma non sapevo come dirglielo e soprattutto avevo tremendamente paura che lei mi stroncasse. Per l'ennesima volta fu Karen a spiazzarmi: - Allora, lo facciamo sto film? - .

Da un lato sentivo un fortissimo trasporto per la sua storia fatta di date ricorrenti, cerchi che si chiudono, persone che il destino ha fatto incontrare come se dietro ogni singolo evento vedessi un preciso disegno. Dall'altro lato c'era Karen, una donna che mi ha affascinata dal primo istante: il suo bellissimo volto, i suoi atteggiamenti, il suo modo di ragionare, di andare a fondo nelle cose, la sua dolcezza, la sua capacità di trovare un lato romantico anche in un piccolo gesto quotidiano e anche quella sana follia che ci rende anime affini.

E poi la possibilità di starle a fianco in un momento cruciale per lei: lasciare la casa dove era andata a convivere con Enrico, chiudere dei progetti importanti a Torino, affrontare un nuovo viaggio in Kenya.

Ma tutto ciò rappresentava anche una sfida per me stessa: la possibilità di realizzare un film come volevo io, un progetto finalmente solo mio.

 

Sarei dovuta partire con Karen a febbraio, ma proprio perché in questa storia date e numeri sembrano danzare come spiriti, in Kenya ci andai a maggio, a un anno giusto di distanza dal quel cambiamento improvviso che aveva rimescolato le carte della mia vita.

 

Sensazioni a una settimana dalla partenza:

  1. ansia da prestazione f o r t i s s i m a: sarei stata per la prima volta completamente sola, io e la mia camera, nessuno con cui dividersi colpe e malefatte... tutto sarebbe stato nelle mie mani.

  2. Ansia da prestazione f o r t i s s i m a: stavo investendo per l'ennesima volta i pochissimi soldi guadagnati durante l'anno (senza considerare l'aiutino dei miei che con la scusa del compleanno si sono accollati il costo del volo) e dovevo assolutamente tornare a casa con... il film.

  3. Ansia da prestazione f o r t i s s i m a: io e Karen non ci vedevamo da mesi, nelle ultime telefonate alcune cose sembravano aver preso una strana direzione, avrebbe voluto fare ancora il film? Mi parlava di mare, gite, cose da fare... aveva capito che non andavo lì per fare una vacanza!?!

 

Beh, ho cercato di gestirmi come meglio potevo tutte le mie ansie e, considerando i pianti che avevano accompagnato la mia partenza per Cuba qualche anno prima, direi che questa volta sono stata proprio una signorina.

I primi giorni sono passati tra spostamenti interminabili con mezzi stipati di valigie nonché persone, infinite chiacchiere con Karen e una lunga giornata da mama Ankada, la parrucchiera del villaggio, il giusto regalo per festeggiare i miei trent'anni: una testa piena di sobrie treccine blu, così per un paio d'ore mi sono sentita ancora una teenager e per la settimana successiva me ne sono pentita amaramente.

Abbiamo iniziato le riprese mentre ci trovavamo in un fantastico eco-camp a Gede: io, Karen, una tenda, la pioggia costante e un green mamba sopra le nostre teste. Qui, nella pace assoluta, ho realizzato che quello che avevo in mente di fare con Karen non poteva funzionare - non avrebbe MAI funzionato - e che nemmeno aveva senso - questo già lo sapevo - un nostro peregrinare per luoghi turistici che poco avevano a che fare con la sua storia.

Così siamo tornate a Ruiri e mi sono concentrata sul quotidiano di Karen, ma il Cronodestino - ormai lo avrete capito - è il motore di questa storia e si è manifestato con un invito speciale: un matrimonio borana, una tribù locale, nel deserto a Merti, il piccolo villaggio dove il papà di Karen era stato colto dall'infarto.

Saremmo andate lì insieme e per me il significato di quell'evento inatteso era chiarissimo: Karen era tornata dopo tanti anni in Kenya per recuperare la salma di suo padre e ora tornava per raggiungere suo marito. Merti era il luogo dove suo padre aveva perso la vita e ora ci andavamo per la celebrazione di un matrimonio.

Ero eccitata all'idea di poter filmare questo viaggio. Siamo partiti il venerdì pomeriggio su una jeep carica di regali e persone. Passati i controlli ho aperto lo zaino e ho estratto la mia camera, il paesaggio era bellissimo e volevo sfruttare la luce del sole che tramontava. Dopo tre ore di viaggio, all'improvviso il display della camera si è spento. Ho pensato: - strano, non mi era sembrato che la batteria fosse scarica. - Così l'ho cambiato facendo attenzione alla polvere, ma niente, la camera non si accendeva più.

1, 2, 3... p a n i c o!

Karen ed Enrico mi hanno guardata e hanno giustamente suggerito che forse con quelle temperature si era semplicemente surriscaldata. Va bene - manteniamo la calma Anna - e come ogni volta che non voglio pensare a qualcosa che mi turba, sono stata colpita da un devastante attacco di narcolessia e nonostante fossimo in dodici seduti in quella jeep, sono riuscita ad addormentarmi. Siamo arrivati a Merti che era già buio, l'autista ci ha lasciati nell'“albergo” dove avremmo dormito, lo stesso dove trascorse l'ultima notte Claudio. Karen ed Enrico hanno chiesto proprio la sua stanza, la numero 12.

Abbiamo cenato, il mio sguardo era fisso nel vuoto e nella mia testa pensavo soltanto: - Come potrei aggiustarla? È impossibile. Cosa potrà essere? Ecco, ora come faccio, me ne torno a casa senza niente, e quando ci torno in Kenya? Ma poi che palle, è nuova! Ma non ha preso colpi, ne sono sicura. Nooooo, ma che sfiga!

Karen sapeva perfettamente come mi sentivo e ha provato a rincuorarmi dicendomi che mi avrebbe prestato la sua macchina fotografica: una tenera compatta. L'ho guardata con amore e le ho gentilmente spiegato che non poteva funzionare... abbiamo riso!

Nella disperazione ho chiamato Francesco, il mio miglior amico, con cui lavoro abitualmente. Anche lui ha cercato di tranquillizzarmi e ha iniziato a lanciare appelli su tutti i forum di videomakers. Io intanto avevo trovato un tutorial e con il panico negli occhi mi ritrovavo a prendere proprio IO a colpi la mia piccola creatura nonostante fino a quel momento avessi fatto in modo che non subisse trauma alcuno. Niente... nemmeno con la violenza con cui si colpiscono i distributori automatici mangiasoldi si sbloccava.

Quando ormai ero rassegnata al totale fallimento, consapevole di essere nel posto giusto al momento giusto, ma senza i mezzi per poter filmare, mi è venuto in mente di guardare nel mirino della camera e lì mi sono sentita una vera imbecille... avevo inavvertitamente schiacciato il tasto per passare dalla visione su display a quella nel mirino! Ho chiamato Francesco e lui, felice per me, mi ha detto: - E ora cosa scrivo nei forum?! -

Il matrimonio è stato semplicemente unico. I Borana sono una tribù mussulmana per cui io e Karen indossavamo un abito lungo, ma quando il corteo nuziale si è preparato per sfilare nel villaggio lo sposo è venuto da noi e ha chiesto a Enrico se aveva voglia di salire su una moto e filmare. Lui mi ha guardata e ha semplicemente risposto - Ma è Anna che fa i video! -

Ed eccoci lì, io e Karen, a trasgredire a tutte le regole di buona educazione: io a cavalcioni su una moto (lì il vestito lungo ci ha salutati), con le mie treccine blu al vento che filmavo un corteo matrimoniale in mezzo al deserto e lei che guidava una jeep enorme carica di invitati intenti a festeggiare.

Per il resto della giornata ho avuto il mio personale team: una ventina di bambini che mi seguivano come un'ombra tra le risate di tutti i presenti.

Il weekend a Merti è stato senza dubbio un enorme dono inatteso e anche in questa occasione ho avuto la dimostrazione che nulla accade per caso, ma che siamo noi e soltanto noi a muovere le giuste energie per fare in modo che il Cronodestino compia il suo corso.

 

Le tre settimane in Kenya sono volate. Io sono piuttosto soddisfatta del lavoro svolto, ma la cosa più importante è che a distanza di un anno ho avuto la conferma di poter contare su me stessa. Forse dentro di me già lo sapevo, ma ho la convinzione che nulla ci può fermare, nemmeno quando arranchiamo col fango alle ginocchia, perché se abbiamo un obbiettivo e investiamo le nostre energie per raggiungerlo le difficoltà che incontreremo non saranno un reale ostacolo anzi. Tutto sta nel come affrontiamo queste traversie perché ho avuto la tangibile sensazione che per una porta che si chiude altre se ne aprono, bisogna solo avere la pazienza e la costanza di fare un passo dopo l'altro... E poi - che ve lo dico a fa' - siamo amazzoni!

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